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La
Cappella di Santa Maria della Pietà, o
Pietatella, è oggi universalmente conosciuta
col nome di Cappella Sansevero.
La fondazione risale al 1590, quando Giovan Francesco
di Sangro fece costruire un sacello votivo in
un angolo del giardino del proprio palazzo di
famiglia.
Il figlio di questo, Alessandro di Sangro, nel
1608 ampliò considerevolmente l'edificio,
destinandolo a luogo di sepoltura dei vari membri
della casata.
Della decorazione seicentesca rimane oggi pochissimo,
alcuni importanti rivestimenti in marmi policromi
sulla parete di fondo e quattro monumenti funerari,
opere di diversi artisti tra i quali spicca il
nome di Giulio Mencaglia per il.sepolcro di Paolo
di Sangro.
L'aspetto definitivo del complesso prese vita
tuttavia nel Settecento avanzato, grazie all'impegno
del suo titolare don Raimondo di Sangro (1710-71),
quel famoso Principe di Sansevero che occupò
a buona ragione un posto di rilievo nella vita
culturale, sociale e politica della Napoli settecentesca,
del quale ancora oggi è perfettamente leggibile
l'impronta unificante imposta nelle definizioni
delle singole iconografie, nelle complesse allegorie,
nelle disposizioni affidate ai vari artisti.
In pochi altri luoghi d'arte si sente in ugual
misura la "presenza" del mecenate, garante
di armonia per il folto complesso di sculture
singole, monumenti, decorazioni.
Tutto questo ricco materiale scandisce tuttavia
un semplice spazio, ad una grande navata rettangolare
con quattro arconi per lato ed un breve presbiterio.
L'ambiente è sovrastato dal grande affresco,
del 1749, raffigurante la scenografica Gloria
dello Spirito Santo, opera del pittore Francesco
Maria Russo.
La parte del leone è comunque svolta dall'imponente
corredo plastico, organizzato in base ai suggerimenti
del Principe ed esemplato sui numerosi modelli
e bozzetti lasciati dal primo artista che organicamente
affrontò il lavoro, il veneto Antonio Corradini,
che riuscì a completare solo la splendida
Pudicizia velata, a sinistra del presbiterio,
voluta da Raimondo per onorare la memoria della
madre Cecilia Gaetani.
A lui successe il genovese Francesco Queirolo,
meno accreditato e più giovane di Corradini,
cui spetta la statua del Disinganno, posta specularmente
alla Pudicizia e dedicata al padre di Raimondo,
Antonio di Sangro.
Altri ancora, dopo Queirolo e fino alla morte
del Principe, si impegnarono per completare il
corredo monumentale; ricordiamo soprattutto Francesco Celebrano, autore tra l'altro del grande rilievo
dell'altare maggiore con la Deposizione.
Tuttavia il nome che più di ogni altro
spicca è quello di Giuseppe Sanmartino,
creatore di una singola opera che prefigura e
sintetizza superbamente gli sviluppi e lo spirito
dell'intero monumento e le ambizioni del committente:
il Cristo velato.
Questo straordinario capolavoro fu eseguito nel
1753.
Destinato alla cavea sotterranea tuttora esistente
fu poi sistemato dapprima ai piedi della Pudicizia,
quindi definitivamente al centro della navata.
L'incredibile gioco del sudario, i chiaroscuri
morbidi, l'intero andamento della scultura, fanno
di quest'opera un esempio perfetto di sottigliezza
tecnica, fascino simbolico, sentimento lirico.
(Roberto Middione)
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